19 luglio 2011

AL TUO CENTRO!

 Incontrare una persona nel suo centro, vuol dire vivere in prima persona una rivoluzione, perché se vuoi incontrare una persona al proprio centro, dovrai permetterle di raggiungere anche il tuo. Dovrai diventare vulnerabile, totalmente vulnerabile, aperto. È un rischio. Permettere a un altro di arrivare al tuo centro è rischioso, è pericoloso, perché non sai cosa l’altro può farti. E una volta scoperti tutti i tuoi segreti, una volta svelato tutto ciò che è nascosto, una volta che sei completamente esposto, non puoi sapere ciò che l’altro farà. Senti paura. Per questo non ci apriamo mai. Una semplice conoscenza, e pensiamo che sia nato l’amore. S’incontrano solo le nostre periferie, e crediamo invece di aver incontrato l’altro. Tu non sei il tuo strato superficiale, la superficie non è che il tuo confine, come una palizzata intorno a te, ma non sei tu! È dove tu finisci e il mondo comincia. Anche le mogli e i mariti che hanno vissuto insieme per tanti anni possono essere rimasti dei semplici conoscenti, possono non essersi veramente conosciuti. E più a lungo vivi con qualcuno, più dimentichi completamente che i centri sono stati ignorati. Quindi, la prima cosa da capire è di non scambiare la conoscenza per amore. Puoi fare l’amore, avere una relazione sessuale, ma anche il sesso è periferico. A meno che i centri non s’incontrino, il sesso è solo l’incontro di due corpi. E l’incontro dei corpi non è il vostro incontro. Anche il sesso rimane una semplice conoscenza, fisica, corporea, ma sempre e solo una conoscenza. Puoi permettere a qualcuno di penetrare fino al tuo centro, solo quando non hai paura, quando non hai più timore. Per questo ti dico che ci sono due modi di vivere. Uno: dominati dalla paura; l’altro: orientati verso l’amore.
Buona notte!

18 luglio 2011

PAURA O AMORE?

Ciao ragazzi
situazioni che mi trovo a vivere in questo periodo mi stanno dando l'opportunità di riflettere su quante decisioni prendiamo motivati dalla paura e quante dall'amore.
Mi sono davvero stupita di quante cose facciamo motivati dalla paura e quanto poche dall'amore.
Non si dice cosa si pensa?
Per paura di non essere accettati.
Per paura di non piacere.
Per paura d'avere dissensi
Per paura di perdere.
Dico di "si"anche se non vorrei?
Stesse identiche paure di prima
Non si interrompono relazioni ora mai logore?
Per paura di perdere
Per paura di rimanere soli
Per paura di sbagliare
Per paura di soffrire e far soffrire
Non lascio il mio posto di lavoro anche se non ne posso più?
Per paura di sbagliare
Per paura di rimanere senza soldi
Per paura di non riuscire in una nuova attività
Per paura delle critiche
Basta io direi che gli esempi sono sufficienti.
La paura è un ottimo moderatore se la sappiamo guardare in faccia e sappiamo prendere ciò che di buono ha.
Ad esempio può essere utile per farci fare delle valutazioni oculate oppure farci vedere i possibili rischi in una situazione ma poi va salutata e lasciata andare.
Se diventa immobilizzante o diventa il motore che muove la maggioranza delle nostre decisioni allora non è per nulla produttiva.
Per contro quante cose facciamo o diciamo motivati dall'amore?
Prova ad osservarti in questo processo in questi giorni quando "dici "o "non dici "qual'cosa che pensi cosa ci sta dietro?paura o amore?
Quando fai o non fai qualcosa?Per paura o amore?
Quando prendi una decisione?Per paura o per amore?
Le persone che frequenti?Per paura o amore?
Il lavoro che fai?Paura o amore?
Io ho trovato utile mettermi in un posto che vedo di frequente un foglio con scritto queste due paroline paura/amore cosi mi rammento di osservare questo aspetto cosi importante della mia vita.
Quanto staremmo meglio e quanta qualità metteremmo nel mondo se la maggioranza delle nostre azioni fossero motivate dall'amore.
Facciamo la nostra parte in questo senso e vedremo dei piccoli grandi miracoli accadere nella vita di tutti i giorni.
Dedicato a tutti coloro che non hanno più voglia di tremare ma hanno tanta voglia di amare!

6 luglio 2011

L'autoaccettazione è un egoismo mascherato?







Una reazione istintiva ci porta ad arrossire ogniqualvolta sentiamo dire che dobbiamo amare noi stessi.
Sperimentiamo una vera e propria paura di metterci al centro Non so se parliamo ancora di "peccati capitali", ma in cima alla lista c'era l'orgoglio.
Il fatto sorprendente è chel'essere centrati su di se, o narcisismo, è stato presentato come derivante dalla ripugnanza e non dall'amore di sè. La persona centrata su di sè prova una sensazione di vuoto e cerca di riempirlo con la competizione, il trionfo sugli altri e così via..
Nella persona che si piace, invece, la guerra civile dell'autoaccettazione è finita: i fucili sono silenziosi, il buio se n'è andato, il dolore che attira tutta l'attenzione su di sè è terminato.
C'è finalmente pace, c'è una nuova libertà di uscire da se stessi per andare dagli altri.
Solo chi accetta se stesso veramente e con gioia, riesce a dimenticarsi per amare e preoccuparsi degli altri.
E' in questo contesto che Carl Jung affermò:
"tutti sappiamo quello che ha detto Gesù del modo in cui trattiamo il più piccolo dei nostri fratelli. Ma cosa dire se scoprissimo che il più piccolo, il più bisognoso di quei fratelli sono io?"
molto spesso, persone equilibrate e oneste ritengono che sia positivo essere insoddisfatti di se stessi.
E' in realtà una tentazione.
"Mi aspettavo di essere migliore di quel che sono"
è un pensiero deprimente, che distrugge quel poco che capiamo dell'amore di Dio per ciascuno di noi.
Essere delusi di sè può apparire un comportamento umile e obiettivo, ma in realtà mina l'esperienza di essere amati, discredita ogni commento positivo venga indirizzato a noi o ai nostri successi, e ci spoglierà silenziosamente della felicità per cui siamo stati creati.
Secondo me, orgoglio e vera umiltà hanno un'origine comune:
comprendere e apprezzare il proprio valore e la bontà.
Poi, vizi e virtù si separano. L'orgoglio considera questo valore suo e la bontà come un traguardo personale, aspetta gli applausi, odora l'incenso, si sente solo se non ha riconoscimento e ricompensa.
L'umiltà, invece, sa che "nulla mi è stato dato che io abbia ricevuto", non è avida ed è piena di riconoscenza.