
Una reazione istintiva ci porta ad arrossire ogniqualvolta sentiamo dire che dobbiamo amare noi stessi.
Sperimentiamo una vera e propria paura di metterci al centro Non so se parliamo ancora di "peccati capitali", ma in cima alla lista c'era l'orgoglio.
Il fatto sorprendente è chel'essere centrati su di se, o narcisismo, è stato presentato come derivante dalla ripugnanza e non dall'amore di sè. La persona centrata su di sè prova una sensazione di vuoto e cerca di riempirlo con la competizione, il trionfo sugli altri e così via..
Nella persona che si piace, invece, la guerra civile dell'autoaccettazione è finita: i fucili sono silenziosi, il buio se n'è andato, il dolore che attira tutta l'attenzione su di sè è terminato.
C'è finalmente pace, c'è una nuova libertà di uscire da se stessi per andare dagli altri.
Solo chi accetta se stesso veramente e con gioia, riesce a dimenticarsi per amare e preoccuparsi degli altri.
E' in questo contesto che Carl Jung affermò:
"tutti sappiamo quello che ha detto Gesù del modo in cui trattiamo il più piccolo dei nostri fratelli. Ma cosa dire se scoprissimo che il più piccolo, il più bisognoso di quei fratelli sono io?"
molto spesso, persone equilibrate e oneste ritengono che sia positivo essere insoddisfatti di se stessi.
E' in realtà una tentazione.
"Mi aspettavo di essere migliore di quel che sono"
è un pensiero deprimente, che distrugge quel poco che capiamo dell'amore di Dio per ciascuno di noi.
Essere delusi di sè può apparire un comportamento umile e obiettivo, ma in realtà mina l'esperienza di essere amati, discredita ogni commento positivo venga indirizzato a noi o ai nostri successi, e ci spoglierà silenziosamente della felicità per cui siamo stati creati.
Secondo me, orgoglio e vera umiltà hanno un'origine comune:
comprendere e apprezzare il proprio valore e la bontà.
Poi, vizi e virtù si separano. L'orgoglio considera questo valore suo e la bontà come un traguardo personale, aspetta gli applausi, odora l'incenso, si sente solo se non ha riconoscimento e ricompensa.
L'umiltà, invece, sa che "nulla mi è stato dato che io abbia ricevuto", non è avida ed è piena di riconoscenza.
....sul fatto che l'orgoglio sia una maschera della debolezza mi trovi assolutamente d'accordo. Detto questo, credo che l'autoaccettazione assoluta e definitiva, oltre che utopica va contro il principio/disegno primordiale del costante mutamento (non a caso evito il termine evoluzione). Credo all'insicurezza/insoddisfazione sostenibile, quel carburante che coadiuvato dall'esperienza (i solchi lasciati sui nostri piedi dalle pietre calpestate durante il cammino per il sentiero della vita) ci indicano il costante miglioramento, che oltre a migliorare il nostro contenuto, indubbiamente (ma non in assoluto) incide positivamente sui nostri vasi comunicanti (persone).
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